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MEMORIA
SULLA NOCERITE PRESENTATA DAL
DOTT. ARCANGELO SCACCHI
ALL’ACCADEMIA DEI LINCEI NELLA
SEDUTA DEL I MAGGIO 1881
(Era presente un accademico di
“Terra del Vesuvio”)
I due saggi di proiettili
vulcanici che nella precedente
tornata ho presentato al
consesso accademico provenivano
dalle tufare di Fiano a breve
distanza dal traforo che precede
la stazione di Codola.
La strana loro composizione mi
ha indotto a visitare più volte
queste tufare e le altre che
sono nella medesima contrada, e
quest’oggi mi propongo di
esporre soltanto i principali
fatti osservati, non avendo
potuto, per mancanza di tempo,
completare il lavoro che spero
presentare nelle prossime
adunanze autunnali.
Quanto alla composizione
mineralogica dei medesimi
proietti ve ne sono taluni, tra
i più frequenti formati di
fluorina clorofona alla quale si
associano alquanti cristalli
aciculari bianchi, ed altri
cristallini bislunghi di colore
bruno, ed esternamente hanno un
invoglio costituito da laminucce
di mica bruna allogate in
direzione perpendicolare alla
loro superficie e strettamente
congiunte insieme; il quale
invoglio, dello spessore di un
millimetro o di poco maggiore,
in molti punti non aderisce alla
massa interna, e però assai
facile a rompersi.
All’esterno dello stesso
invoglio, ove esso è alquanto
depresso, si rinvengono molti
cristalli laminari di mica di
estrema sottigliezza, alquanti
minuti cristalli bianchicci in
forma di prismi esagonali,
d’ordinario perfettamente
terminati, e talvolta gli stessi
cristalli bislunghi che si
incrociano nell’interno.
I cristalli bianchi aciculari,
assai difficili a definire per
la loro forma e per la loro
chimica composizione, secondo le
ricerche finora eseguite, credo
che costituiscono una novella
specie che propongo di
intitolare “Nocerina” formata di
un doppio floruro di magnesio e
di calcio, e riferibile per la
forma dei cristalli al sistema
romboedrico.
Nei cristalli bislunghi, avendo
trovata una zona di circa 124
gradi, mi sembra assicurato che
si debbano riportare
all’anfibolo.
E finalmente per i minutissimi
cristalli in forma di prismi
esagonali, essendo assai rari
quelli che ho potuto distaccare
dalla superficie degli involucri
micacei, ho analizzato altri
cristallini del tutto
somiglianti che si trovano
cosparsi nello stesso tufo che
raccoglie i proietti.
Ed ho trovato che sono una
varietà della Microsommite,
descritta tra i silicati
prodotti per effetto di
sublimazione eruttati dal
Vesuvio nello incendio del 1872.
Questa specie di proietti che
sono più degli altri frequenti
sarà utile distinguerli con l’epitoto
di micacei; e per essi importa
notare la maniera come stanno
nel tufo: trovandosi in una
cavità che ha la medesima loro
forma, ma di maggiore ampliezza,
per cui essi sono talvolta del
tutto liberi o aderiscono alle
pareti della cavità per qualche
punto soltanto.
In questa condizione concorre
con gli altri fatti che verrò
esponendo a dimostrarci che essi
quando furono inviluppati nelle
materie frammentarie che
costituiscono il tufo erano di
maggiore mole, e che si sono
alquanto impiccoliti per effetto
del metamorfismo avvenuto nella
loro composizione mineralogica.
Nei medesimi proietti micacei si
rinvengono pure altre sostanze
che meritano particolare esame,
e delle quali non fo’ parola in
queste notizie preliminari; come
pure ometto di esporre altre
differenze riscontrate nelle
tufare di Fiano, e mi limito a
tener conto di quelli nei quali
la calcite forma la parte
essenziale e che a ragione
potremmo denominare calcarei.
Fra i proietti calcarei si
potrebbero novenare non poche
varietà, e per ora mi basta
riferire che oltre la calcite,
spesso molto abbondante e tal
fiata in piccola quantità, vi si
rinviene talvolta internamente
la mica, e non manca mai la
fluorina, soprattutto nelle loro
parti esterne.
A questa loro composizione
mineralogica aggiungendo i
particolari caratteri della loro
tessitura in molti punti assai
fragile, non si dura a
comprendere che i proietti
vulcanici quando furono
rigettati dalle esplosioni
vulcaniche erano frammenti delle
ordinarie rocce calcaree che poi
hanno subito notevoli
trasformazioni per agenti
vulcanici.
Quindi è che non sò astenermi
dal ritenere che i prodotti
micacei, che d’ordinario non
contengono traccia di carbonato
calcico, in origine ancor essi
erano formati di calcarea o di
qualche altra roccia nettuniana;
e l’attuale loro composizione
mineralogica sia la conseguenza
di un completo metamorfismo.
Rivolgendoci ad esaminare la
roccia nella quale si annidano i
menzionati proietti, non cade
alcun dubbio che essa sia una
varietà di tufo vulcanico,
essendo in alcune parti ben
distinta la sua composizione
frammentaria.
Ed è pure da considerare che in
altre parti si osserva tale
compattezza e tenacità che si
resta in dubbio se sia veramente
tufo ovvero lava, siccome è il
caso del Piperno di Pianura al
quale molto somigliano alcune
varietà del tufo di Fiano.
Questa incertezza che può
nascere nell’animo di chi
osserva nei musei le varietà
compatte e più tenaci nel
medesimo tufo è tosto designata
per chi ha l’opportunità di
osservarle nella loro naturale
giacitura.
Quivi è manifesto che ove il
tufo mentisce l’apparenza delle
lave esso non possiede più la
sua struttura primitiva che si
scorge distinta in altre parti
della medesima roccia.
La primitiva struttura è mutata
per una certa fusione avvenuta
fra i frammenti che componevano
il tufo nella sua primitiva
origine, essendo stato
trasformato dalle medesime
cagioni che han mutato i
proietti calcarei in fluorina e
mica.
Una dimostrazione del patito
metamorfismo di quella roccia si
ha pure in certi cristalli
aciculari di ematite che accade
di trovare nelle sue fenditure,
e nei cristallini di
microsommite cosparsi nel
medesimo tufo, gli uni e gli
altri non altrimenti prodotti
che per effetto di sublimazione.
Per ora non reputo necessario
trattenermi più a lungo
nell’esporre altre prove del
metamorfismo avvenuto nel tufo
di Fiano; e mi conviene dire
qualche cosa per soddisfare il
naturale desiderio di
investigare la cagione di questo
metamorfismo.
Poiché gli strani proietti di
calcite metamorfizzata in
fluorina mi han posto su la
strada di queste ricerche,
esporrò quello che, almeno per
ora, ne penso della sorgente del
fluoro e della origine dei tufi
che sono nella pianura tra Sarno
e Nocera.
Probabilmente in seguito,
siccome è mio desiderio, le
medesime ricerche si
estenderanno in altre contrade
ove pure nel tufo vulcanico si
annida la fluorina, come a
Sorrento, presso Cerrato
Sannita, presso S. Agata dei
Goti, presso Calvi ed altrove.
E vorrei, se l’Accademia me lo
consente, esternare un antico
mio voto, che vi fosse cioè fra
i giovani geologi italiani, chi
prendesse a studiare la
vulcanologia non limitandosi ad
una o poche province, ma tutte
percorrendo con lo sguardo
indagatore le nostre contrade
vulcaniche; poiché ragguagliando
le osservazioni fatte in luoghi
diversi vicendevolmente le une
servono a chiarire le altre.
E forse non m’inganno dicendo
che nessun’altra regione del
mondo è così ricca come l’Italia
di svariate manifestazioni
vulcaniche, ed è nostro il
mandato di studiarle.
Ritornando alle tufare di Fiano,
esse sono nella pianura che si
estende a libeccio delle colline
calcaree tra Sarno e Nocera: ed
in contatto immediato con la
base delle medesime colline.
Non apparisce alcun segno di
cratere vulcanico per cui si
potesse congettare che ivi si
fosse aperto il suolo per dar
luogo ai vulcani incendi che
somministrarono le materie che
ora costituiscono il tufo.
Non di meno si hanno sufficienti
prove che attestano, contro ogni
apparenza esterna, che nel luogo
stesso delle tufare si son
prodotte le bocche eruttive
produttrici del tufo.
I riferiti caratteri di
metamorfismo che la roccia ci
presenta e che non avrebbero
potuto prodursi senza la
temperatura elevata e le
emanazioni gassose delle bocche
ignivome ce lo dimostrano, a mio
avviso con sufficiente
esattezza. Ed aggiungerò che in
quelle cave tagliate la roccia
sino alla profondità di oltre 24
metri non si giunge a scoprire
la fine quantunque a breve
distanza si osservi lo stesso
tufo di qualche metro alto
adagiarsi sopra i depositi
nettuniani e scomparire.
Se fosse necessario aggiungere
prova che quelle tufare sono
state la sede di vulcaniche
conflagazioni soggiungerei che
tra i proietti calcari
metamorfizzati ve ne sono alcuni
di tali mole che non è probabile
siano stati eruttati da altro
cratere situato a notevole
distanza.
Uno di essi del quale ho potuto
misurare le dimensioni era di
cm. 28 nel maggiore diametro, e
nelle altre due direzioni
ortogonali tra loro e alla
precedente di cm. 24 e 21.
Quindi tenendo conto della forma
irregolare di quel masso, gli si
può attribuire il peso primitivo
di circa trenta chilogrammi.
E dei proietti micacei se ne
conserva uno nel Museo
mineralogico di Napoli ancor
esso di cm 28 nella maggior sua
lunghezza che unito alla maggior
parte dei frammenti da esso
distaccati ho trovato pesare sei
chilogrammi e 607 grammi.
Se dunque là ove il tufo che
raccoglie i proietti che ho
preso ad esaminare è stato il
centro di un incendio vulcanico,
s’intende da sé la cagione che
ha prodotto la trasformazione
della roccia e dei proietti; e
si ha il fenomeno caratteristico
del vulcano di Fiano, che la
grande abbondanza di fluoro ha
emanato.
Di minore importanza mi sembra
il tufo presso la Cappella di S.
Vito, di poco discosta da Sarno,
ove il suolo presenta un
avvallamento quasi circolare e
poco profondo, che a prima vista
potrebbe reputarsi un indizio di
cratere.
Potrebbe ancora essere un
avvallamento artificiale secondo
il giudizio di quei contadini
che mi hanno assicurato esservi
stato anticamente una cava di
tufo; la quale cosa viene
confermata dalle tracce che
tuttora esistono nella roccia
degli strumenti coi quali è
stata tagliata.
In questo luogo il tufo, del
tutto diverso da quello di Fiano
è gialliccio, ed in tutte le
parti che si veggono
evidentemente composto di
materie frammentarie.
In esso poi son frequenti i
frammenti di calcarea simili a
quella delle vicine colline che
sembra conservarsi intatta.
Nondimeno facendovi attenzione
si scorge che i frammenti spesso
sono ricoverti da esile invoglio
quasi papiraceo, facile a
distaccarsi, del quale ho avuto
pure la reazione del fluoro.
Sono invece ammirevoli questi
vulcanetti fluoriferi che hanno
eruttato soltanto materie
frammentarie, e dei quali si
cercano invano le bocche
eruttive per qualche vestigio
dei loro crateri.
Oltre quelli ora menzionati
nella pianura tra Sarno e Nocera,
ricordando le osservazioni
raccolte durante le
peregrinazioni eseguite nella
Campania, negli anni 1838-40,
sono persuaso che somiglianti
vulcanetti sono stati frequenti
alle radici dei monti calcarei
dell’Italia Meridionale. |